A quelli che stanno fuggendo
In Italia gli scrittori hanno questa strana cosa che o sei già famoso o un agente letterario (vero) non solo non ti serve a niente ma non ti risponde nemmeno al telefono. Che se sei un esordiente ti scontri puntualmente, anche quando vali, con programmi editoriali già chiusi per almeno un paio di stagioni. Che se il tuo primo libro va bene ti vedi opzionare automaticamente - volente o nolente - tutto quello che scriverai per almeno altri dieci anni. Che se hai scritto qualcosa che non vale, molto probabilmente non verrai letto dagli editor medesimi per ciò che scriverai anche dopo un paio di lustri (alla faccia del mutatis mutandis, se il silicio dell'archivio non li inganna). Che se sei andato in televisione e ti sei fatto vedere in giro - o nel giro giusto -, allora è tutta un'altra cosa. Che se il tuo vecchio editore non ti ha trattato come avresti voluto e ti rivolgi a uno diverso, ti scopri screditato nel giro di un un pomeriggio e accusato di poca affidabilità da tutti (tranne il tuo nuovo mecenate, ovviamente). Che la volta dopo proprio perché sei poco affidabile ti trovi intorno pesci piccoli e grossi insieme, e devi imparare a giocare di fino. Che in un mercato piccolo come un paese insomma, o concedi un ballo a tutti quelli del centro storico, uno alla volta, o finisci per rimbalzare vent'anni prima di poter tirare fuori un Montalbano o una Horcinus Orca (posto che tu ne sia capace, ovviamente). L'importante in fondo non è che il tempo e i denari per cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, per le ricette di nonna Sofia e l'ennesimo Vespa quotidiano ci sia sempre, anche in libreria? Oppure tutto questo è falso, e la foto che ho appena scattato è solo una dell'album. E allora stanotte, al posto del mohito, nel terrazzo sdentato coi treni che sferragliano sotto, scatterà uno Strega.


